Pubblicazioni

28
Gen

Il parcheggio davanti un cancello senza passo carrabile è comunque una forma di violenza privata

Quante volte è capitato di dover uscire con il proprio mezzo di locomozione dal proprio garage/cancello/saracinesca e ci si trova impossibilitati poiché si trova piazzata davanti proprio la vostra via d’uscita un’altra macchina che ostruisce il passaggio? Miliardi di volte, no?

Ebbene, il “simpatico automobilista”, che decide autonomamente di lasciare lì il proprio autoveicolo e di andarsene a zonzo senza lasciare alcun recapito e causando a voi notevoli malumori, potrà essere passibile di una querela per violenza privata.

L’art. 610 del codice penale sanziona al comma 1 ” chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

Ebbene, impedire di uscire dal proprio garage è, secondo dottrina e giurisprudenza, un’azione violenta e costrittiva in quanto il soggetto passivo sarà tenuto a tollerare un qualcosa che non può modificare in alcun modo.

Ed inoltre, chi pensa che la scappatoia possa essere l’assenza di un passo carrabile davanti la via d’uscita si sbaglia notevolmente.

Ed invero, in tale fattispecie, è pur vero che il soggetto non sarà passibile di una multa da parte dei vigili urbani proprio perché il codice della strada nulla dice al riguardo, ma, allo stesso tempo, rischia (molto di più) con una possibile denuncia/querela per violenza privata.

Peraltro, la stessa Suprema Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite, è concorde nel ritenere che ” integra il reato di violenza privata, di cui all’art. 610 c.p., la condotta di colui che, avendo parcheggiato l’auto in maniera da ostruire l’ingresso al garage condominiale, si rifiuti di rimuoverla nonostante la richiesta della persona offesa” (Cass. Pen., Sez. Un., sent. n° 603/2011 e 21776/2006).

Ed invero, la questione è stata ampiamente spiegata dalla Corte ribadendo il principio secondo il quale il requisito della “violenza” si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e azione”.

Pertanto, è consigliabile a questi automobilisti che decidono di lasciare lì il veicolo senza alcuna indicazione di apporre quantomeno un foglio con un numero di telefono per poter “accorrere” molto velocemente nel caso di necessario ed immediato spostamento del proprio mezzo onde evitare conseguenze ben più gravi da discutere dinanzi ad un giudice penale.

13
Dic

L’assegno di mantenimento è dovuto anche per il figlio nato al di fuori del matrimonio

E’ quanto espresso dalla Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 55744/2018 del 12 dicembre, con la quale è stato stabilito la sanzionabilità nei confronti del genitore che omette il versamento nei confronti del figlio nato fuori dal matrimonio.

La Corte di Cassazione valutava correttamente il ragionamento effettuato dalla Corte di Appello di Milano nel riqualificare la condotta incriminata dall’art. 570 comma 2 c.p.  secondo quanto stabilito all’art. 3 L. 54/2006.

Ed invero, sia l’art. 570 che il nuovo articolo 570 bis c.p.  stabiliscono che le pene ivi applicate vanno sanzionate nei confronti dei “coniugi” che omettano di versare l’assegno di mantenimento dovuto per i figli sia nel caso in cui abbiano ancora la qualità di coniuge sia successivamente a seguito di una cessazione o scioglimento del matrimonio.

Pertanto, il ragionamento posto dalla Corte di Appello è lineare, si applica l’articolo 3 della L. 54/2006 nei confronti di quei soggetti che, non avendo il titolo di coniuge poiché non hanno mai contratto matrimonio, abbiano dei figli nati al di fuori del matrimonio e non provvedono alla loro sussistenza.

Detto orientamento è, pertanto, conforme ad altre pronunce, a Sezioni Unite, della Corte di Cassazione (nn. 12393/18 e 25267/17) ed è una soluzione ermeneutica per armonizzare ulteriormente la disciplina delle unioni civili e quindi la responsabilità genitoriale.

20
Nov

La truffa contrattuale, come si realizza?

L’articolo 640 c.p. del codice penale individua gli elementi essenziali della truffa punendo colui che con artifizi e raggiri induca qualcuno in errore, procurando per sé o per altri un ingiusto profitto, ed è punito, secondo quanto stabilisce il comma 1 del predetto articolo, con la pena da sei mesi a tre anni e con la multa da 51 e 1.032 euro.

Il caso che oggi prenderemo in esame è la truffa contrattuale, ovvero un modus operandi di colui che, garantendo al cliente un’offerta vantaggiosa e dei profitti economici, fa stipulare un contratto che causerà a lui un ingiusto guadagno ed all’altro un danno economico.

Gli elementi desumibili dalla condotta di truffa contrattuale sono sicuramente tre: gli artifizi, i raggiri e il danno economico con conseguente illecito profitto.

Il primo elemento consiste nella c.d. “messa in scena”, ovvero la manipolazione della realtà, diretta a far ritenere sussistente qualcosa che non c’è.

Il secondo elemento si realizza nell’aggressione dell’altrui psiche, tramite un’attività menzognera ed ingegnosa volta a indurre in errore l’altra persona.

Questi due, primi, elementi sono molte volte alternativi tra di loro, nel senso che per realizzare una truffa è necessario anche la semplice volontà mendace proprio dell’agente volta a falsare la realtà, una consapevole alterazione del vero che potrebbe volgere ad indurre in errore l’altrui persona.

Per questi motivi, anche nel caso in cui non venga realizzata la condotta di errore, poiché intuita dal soggetto debole della contrattazione, potrà ugualmente configurarsi la truffa contrattuale nella forma tentata.

Sul punto, occorre rilevare che l’attività posta in essere dal truffatore deve avere una carica volitiva di mendacia e menzognera tale da non lasciare spazio al soggetto passivo di alcuna possibilità di scelta nella propria rappresentazione della volontà.

Gran parte degli studiosi del diritto si sono interrogati sulla possibilità che la truffa contrattuale, che normalmente si configura tramite una condotta attiva (dolo) consistente nella rappresentazione del soggetto agente di una realtà inesistente configurando l’errore nell’altrui persona, possa profilarsi anche nel caso del silenzio malizioso (l’omissione) serbato dall’agente nel tacere alcune condizioni contrattuali svantaggiose per l’altrui persona.

Ebbene, in base a regole di buona condotta, il soggetto che si aspetta delle informazioni o clausole inerenti la stipulazione di un contratto risultanti decisive nella formazione della sua volontà che non vengono riferite dall’altra parte verrà inevitabilmente indotto in errore nella stipulazione del contratto e, quindi, persona offesa del reato subito.

D’altronde, proprio nella compravendita anche il codice civile tutela, ex art. 1490 c.c., il cliente dai vizi della cosa venduta, facendo rientrare proprio gli illeciti derivanti da un’azione attiva o passiva del soggetto agente.

In ultimo, altro elemento intrinseco della condotta di truffa è l’ingiusto profitto derivante dalla diminuzione patrimoniale di colui che l’ha subita.

Ed invero, detta condotta si realizza nel momento in cui il soggetto passivo effettua un atto dispositivo sul proprio patrimonio nell’errata convinzione che ciò possa produrre dei vantaggi economici, in realtà falsamente rappresentati dall’altra parte.

In casi del genere, è opportuno immediatamente contattare un legale per denunciare quanto accaduto.

16
Ott

Gratuito patrocinio: quando una falsa dichiarazione può costare una condanna

L’istituto del gratuito patrocinio, ben noto ormai ai fruitori dello stesso, è stato introdotto già da parecchi anni (2002) ed ha permesso a gran parte della popolazione senza un reddito elevato di avvalersi di un legale iscritto agli albi dei patrocinatori a spese dello Stato e non spendere nulla in ordine a spese legali, spese del processo e principalmente in ordine al compenso dell’avvocato.

Per ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio in relazione ad un procedimento pendente è necessario effettuare una dichiarazione, molto spesso tramite il proprio difensore, in cui si autodichiari il reddito personale e del proprio nucleo familiare relativo all’ultimo anno di imposta non superiore al limite indicato dal D.P.R. 115/2002.

Ciò che è importante sapere che la dichiarazione è effettuata sotto la propria responsabilità, anche penale, delle cifre indicate.

A tal fine, è importante sapere che l’art. 95 del D.P.R. 115/2002 punisce colui che commette falsità o omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione con una pena da uno a cinque anni e con la multa da € 309,87 a € 1.549,37, la pena è aumentata se dal fatto consegue l’ottenimento dell’ammissione al gratuito patrocinio, la condanna comporta conseguentemente la revoca del beneficio ed il recupero a carico del responsabile delle somme corrisposte allo Stato.

La giurisprudenza sancisce che il reato è punito a titolo di dolo generico, ciò significa che il soggetto deve essere personalmente consapevole di voler indicare un dato falso nella dichiarazione, mentre invece è esclusa la responsabilità quando il soggetto abbia agito con negligenza o imprudenza.

Per questi motivi,  la Cassazione è ferma nel rilevare che il Giudicante dovrà appurare la sussistenza del dolo generico da parte dell’autore del reato in quanto non può bastare la mera constatazione dell’esistenza della falsità.

Altra elemento utile per la difesa è capire se il soggetto sia caduto in errore, non tanto sulla norma penale (in questo caso la legge non ammette errori), ma più che altro su una norma extra penale, le quali consistono in quelle disposizioni destinate fin dall’origine a regolare rapporti giuridici di natura non penale, e che non siano richiamate, neppure implicitamente dalla norma penale.

In tal caso il soggetto andrebbe infatti assolto, seguendo il precetto dell’art. 47 c.p. comma 3 che stabilisce “l’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce reato”.