Quante volte nella nostra vita abbiamo sentito la parola corruzione? Quante volte l’abbiamo letta in qualche testata giornalistica o l’abbiamo sentita in qualche telegiornale?

Il reato di corruzione, previsto all’art. 318 e ss. c.p., ha avuto risvolti molto importanti nella storia del nostro ordinamento, si pensi al fenomeno di tangentopoli, anche conosciuto come “mani pulite”, che dilagò nei primi anni ’90 e coinvolse una serie di personaggi principalmente politici.

Oggi, daremo una spiegazione del fenomeno corruttivo in tutte le sue sfaccettature applicative.

Detto reato, ha una connotazione decisamente plurisoggettiva in quanto è un delitto a concorso necessario. Infatti, saranno punibili sia il corruttore che il corrotto in quanto l’ordinamento punisce esattamente l’accordo stipulato tra il privato (che può essere un qualunque cittadino) ed il pubblico ufficiale.

Possiamo definire la corruzione in due modi: propria ed impropria.

La prima (art. 319 c.p.), che è anche quella più grave, si realizza quando il privato paga il pubblico ufficiale per omettere o ritardare un atto inerente al suo ufficio o ancora per compiere un atto contrario ai suoi doveri d’ufficio.

La corruzione impropria (art. 318 c.p.) è quando, invece, il pagamento del compenso viene effettuato per far compiere al pubblico ufficiale un atto inerente al suo ufficio. In tal caso, la punibilità della condotta non sta nel effettuare l’atto relativo al proprio ufficio, ma nel compenso ricevuto per compierlo.

I fatti previsti nei due articoli menzionati possono essere compiuti anche durante un procedimento giudiziario per favorire una determinata parte rispetto all’altra. La pena è aumentata se dall’atto ne deriva una condanna alla parte che non è stata favorita.

Le pene: il reato di corruzione prevede per la corruzione impropria la pena dai tre agli otto anni, la corruzione propria dai sei ai dieci, nel caso di corruzione in atti giudiziari da sei ai dodici e se ne deriva una condanna per la parte non favorita può arrivare fino dagli otto ai venti anni nel caso in cui viene condannata all’ergastolo.

Come potersi difendere? Qualora siate raggiunti dal c.d. “avviso di garanzia” è opportuno contattare un legale per poter pianificare la migliore strategia difensiva.

La giurisprudenza, sul punto, ha infatti stabilito in un recente orientamento che “in materia di reato di istigazione alla corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio (art. 322 c.p., comma 2), le affermazioni di questa Corte restano ferme ai principi affermati e per i quali: a) il reato si configura con la semplice condotta dell’offerta o della promessa di danaro o di altra utilità, purchè seria, potenzialmente e funzionalmente idonea ad indurre il destinatario a compiere un atto contrario ai doveri di ufficio, tale da determinare una rilevante probabilità di causare un turbamento psichico nel pubblico ufficiale, sì che sorga il pericolo che egli accetti l’offerta o la promessa; b) l’idoneità della condotta va valutata con un giudizio “ex ante” che tenga conto dell’entità del compenso, delle qualità personali del destinatario e della sua posizione economica e di ogni altra connotazione del caso concreto, con esclusione del reato soltanto se manchi la idoneità potenziale dell’offerta o della promessa a conseguire lo scopo perseguito dall’autore per l’evidente quanto assoluta impossibilità del pubblico ufficiale di tenere il comportamento illecito richiestogli.” (Cass. Pen., sez. VI sent. n. 46015 dell’11 ottobre 2018).

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