L’abigeato, o anche chiamato “furto di bestiame”, prende il nome da derivazione molto antica (si pensi che ad introdurre tale reato furono gli antichi Romani per distinguere questa forma di delitto da altre tipologie di furto).

Nell’antichità si dava una particolare forma di protezione al furto di bestiame poiché, essendo una dei principali fattori di produzione, nonché di lavoro e conseguente ricchezza, doveva essere punito severamente.

Tralasciando quanto previsto dagli antichi Romani per quanto riguarda la definizione e il tipo di pena applicata, pare opportuno soffermarsi oggi sul modo in cui questo reato è stato dapprima impiantato nel nostro codice con un articolo autonomo e “ora” (già da un po’ di tempo ormai ) è una fattispecie aggravata del semplice delitto di furto.

Inserito inizialmente all’art. 404 c.p., si configurava nel caso di furto di “bestiame in gregge o su bestiame grosso, ancorché non raccolto in gregge, al pascolo o nell’aperta campagna, ovvero nelle stalle o in recinti che non costituiscano immediate appartenenze di casa abitata“. Le ragioni della punizione del reo erano dovute a motivi di produzione, lavoro e industria che conseguentemente comportavano per la persona che le subiva un notevole danno economico.

La pena per questo tipo di furto era di una certa gravità durante il periodo Romani e Medievale.

Il nostro codice penale Rocco, in realtà, ha mitigato in parte le dure pene previste ai tempi dei Romani e del Medioevo, prevedendo una pena da uno a sei anni.

L’applicazione di detto reato, per motivi legati all’importanza dell’attività derivante dal bestiame, fu particolarmente sollevato in Sardegna, in Sicilia ed in gran parte dell’Italia meridionale.

In particolar modo, soprattutto nel dopoguerra, dette regioni si imposero dei decreti e dei regolamenti interni volti proprio alla prevenzione e la repressione di detta fattispecie di reato.

In seguito, a seguito di una serie modifiche sostanziali del nostro codice, la fattispecie di abigeato è stata trasfusa nell’articolo 625 prevedendo non più un delitto autonomo, ma solo una fattispecie aggravante del “classico” furto.

Al contempo la pena è comunque aumentata, partendo da una base minima di due anni (inizialmente la pena minima era di un anno) alla pena massima di sei.

Ed invero, al n. 8 del predetto articolo si configura furto aggravato “se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria”.

In buona sostanza, si configura “furto di bestiame” e quindi, abigeato, sia se la sottrazione avviene su capi di bestiame che fanno parte di un gregge sia nel caso in cui non ne fanno parte e siano animali sottratti in maniera “sfusa” tra bovini o equini.

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