L’esibizione della fotocopia del pass invalidi per il parcheggio configura reato

Esibire la fotocopia del pass invalidi apponendola sul cruscotto della propria auto costituisce un delitto contro la fede pubblica ed, in particolare, il falso materiale commesso dal privato in autorizzazioni amministrative.

L’art. 477 letto in concomitanza all’art. 482 c.p. (in quanto si tratta di delitto commesso da un privato) punisce colui che “contraffà o altera certificati o autorizzazioni amministrative, ovvero, mediante contraffazione o alterazione, fa apparire adempiute le condizioni richieste per la loro validità” con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La giurisprudenza sul punto è conforme nel ritenere che la fotocopia fotostatica dell’originale del permesso di parcheggiare per invalidi, attribuito ad altri, e l’esposizione della stessa che abbia l’apparenza dell’originale è sempre e comunque reato.

Pertanto, oltre ad essere consigliabile l’utilizzo costante dell’originale nel proprio veicolo al fine di evitare un controllo da parte delle forze dell’ordine, ai fini difensivi l’unica scappatoia per non incorrere nel delitto menzionato è quello di utilizzare una fotocopia che non abbia le sembianze dell’originale per fare configurare il c.d. falso grossolano.

Quando si configura detta sitazione?

Si ha nel caso in cui la contraffazione è così palese che è facilmente individuabile senza bisogno di alcuna verifica e riscontro. Nella prassi avviene quando riguarda, ad esempio, indumenti recanti marchi e loghi che sono palesemente contraffatti.

Nel caso di specie, la fotocopia che riproduce il pass dovrà essere facilmente individuabile come falso e quindi dalla riproduzione decisamente scadente.

Sul punto la Cassazione in una sentenza ha stabilito che “l’ipotesi di falso grossolano ricorre quando si è in presenza di falsi immediatamente rilevabili ictu oculi, senza la necessità di particolari indagini, concretizzatisi in un’imitazione talmente goffa, ostentata e macroscopica da non poter ingannare nessuno sulla provenienza lecita del bene” (Cass. Pen. Sez. II, sent. n. 12088 del 23 maggio 2015).

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