La contravvenzione di cui all’art. 660 c.p. dispone l’arresto fino a sei mesi o l’ammenda fino a euro 516 per colui che in un luogo pubblico o aperto al pubblico, o a mezzo del telefono, per motivi di petulanza o di biasimevole motivo rechi disturbo o molestia ad una persona.

Detto articolo costituisce sicuramente una versione più “leggera” del reato di stalking, di cui all’art. 612 bis c.p., che, oltre ad assorbire la condotta delle molestie, richiede ai fini della sua configurazione la reiterazione di due azioni.

La molestia, di fatto, si realizza anche con una sola azione, purché sia particolarmente idonea ad offendere la percezione di un individuo in relazione al sentire comune e venga riconosciuta dal Giudicante al fine di determinare la sgradevolezza della persona offesa.

Il reato, pertanto, non prevede un comportamento abituale ed il tenore dell’offesa può escludere l’applicazione dell’esimente della particolare tenuità, prevista dall’art. 131 bis c.p.

La stessa Suprema Corte, in ordine al reato de quo, ha ribadito che “il reato di molestie non è necessariamente abituale, potendo essere realizzato anche con una sola azione, di tal che la reiterazione delle azioni ben può configurare l’ipotesi della continuazione. Peraltro ciò non impedisce che la fattispecie concreta possa assumere caratteristiche tali da rendere la condotta abituale ed integrare il reato solo nella globalità delle condotte.” (Cass. Pen., sez. I, sent. n. 23619 del 29 aprile 2014)

Molto spesso la determinazione del presente reato si basa sulla sola testimonianza della persona offesa in quanto soggetto destinatario della condotta del reo.

Sul punto, la giurisprudenza consolidata ha ritenuto che, qualora la testimonianza del suddetto soggetto passivo superi il vaglio critico dell’attendibilità in giudizio e venga supportata da altri riscontri esterni (si pensi generalmente al carattere del reo conosciuto da altre persone vicine alla persona offesa), il Giudice potrà ritenere responsabile l’imputato/a di quanto commesso.

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